Quello che segue è un breve racconto che ho scritto non ricordo più quanti anni fa.
Si sente fortissima l' influenza di Alan D. Altieri, Dio mio quanto adoro il suo modo di scrivere, in ogni caso quello che segue nasce come un breve racconto, ma forse nella mia mente, da qualche parte, si cela il continuo di questa storia. In attesa di essere raccontata.
Buona lettura.
Nel Buio
I passi battevano lenti e ritmatici sulla strada scura, i suoi passi. Non aveva idea di come si fosse trovato in quella strada.C’ era qualcosa di inquietante ai bordi della via, i palazzi sembravano curvarsi in angolature impossibili.
Perché maledizione aveva deciso di tornare a casa da solo?
Strinse gli occhi e con angoscia valutò la strada che gli restava da compiere… all’ improvviso ebbe paura e si guardò alle spalle: non riuscì a reprimere un sussulto alla vista della propria ombra.
Si strinse una mano sulla camicia all’ altezza del cuore, sentì l’ accelerare dei battiti e sentì anche un' altra cosa: un rantolo.
Per un attimo che gli parve eterno rimase fermo con una mano sul cuore al centro di quella strada senza luce.
Poi l’ attimo si disintegrò.
Ridiede di nuovo le spalle alla strada già percorsa.
Sentì i muscoli della schiena contratti come cavi d’ acciaio, e non ebbe più esitazioni.
Cominciò a correre.
Avvertì il male dietro di lui e corse più veloce, gli venne alla mente la leggenda cinese secondo la quale gli spiriti del male possono spostarsi solo in una direzione senza poter svoltare e senza pensarci voltò in una via perpendicolare, perdendo quella maestra… ma la situazione non mutò, niente spiriti infernali orientali per lui quella sera: solo il male allo stato elementale che ti insegue.
Alla sua destra: una casa. Porta d’ entrata aperta, finestre prive di luce.
Varcò la soglia e contemporaneamente si chiude la porta alle spalle.
Porta chiusa, chiavistello inserito, spesse mura di cemento… simulacro della protezione. Dopo un tempo che non riuscì a stabilire rilassò la schiena contro la porta, il suo respiro divenne regolare, o forse ricominciò a respirare e basta.
Qualcosa cambiò, sentì i peli sul collo alzarsi, avvertì la carezza gelida del panico scivolargli lentamente tra le scapole.
E all’ improvviso le mura non gli sembrarono più così spesse, il chiavistello divenne un inutile cilindro di metallo, la porta chiusa?
Sottile lamina di legno, unica barriera dal male.
Aveva un corridoio davanti a se, caverna oscura senza fine, ma al confronto del male alla sue spalle la tenebra che aveva davanti non era altro che una macchiolina nel sole.
Lo avvolse un niente senza colore, la sua vita era in pericolo e forse anche la sua anima, forse entrambe erano già andate perdute…
Corse. Corse senza pensare, istinto di sopravvivenza puro e semplice.
Accadde qualcosa di illogico. All’ interno della casa, un cancello.
Aperto.
Varcò anche questa soglia senza pensare a niente e forse non c’era niente da pensare. Si voltò tenendo sempre lo sguardo basso, vide pendere dal cancello, come un frutto metallico troppo grosso, un catenaccio grande quanto la testa di un bambino.
Non ebbe esitazioni, chiuse le porte del cancello, nonostante la loro mole ruotarono lungo i grossi cardini come se non avessero consistenza, il catenaccio grosso quanto la testa di un bambino si chiuse con facilità senza alcun rumore.
Nell’ oscurità del luogo cancello, cardini e catenaccio sembravano una ragnatela metallica filata tra rami morti, banchetto pronto per un innominabile bestia.
Alzò lo sguardo e fissò la strada al di là del cancello, ormai certo che il male avesse smesso di inseguirlo.
Ed era proprio così.
Il suo corpo perse energia, cadde sulle ginocchia, burattino al quale hanno tagliato improvvisamente i fili.
Poi qualcosa, poco più che un alito di vento.
Si rialzò, non seppe perché ma sapeva che doveva girarsi, qualcosa di importanza cosmica lo attendeva alle sue spalle.
Inizialmente non capì o la sua mente non volle accettare.
Uno specchio. Il suo corpo cesso di muoversi, in un angolo della sua mente trovo lo spazio per ricordare la moglie di Lot tramutata in sale.
Fu il suo ultimo pensiero coerente.
Nello specchio vide riflessa la sua immagine, e capì.
Capì che non sarebbe scappato mai né abbastanza veloce né abbastanza lontano, che nessuna casa o porta o spesse mura avrebbero potuto proteggerlo, che nemmeno un catenaccio grosso quanto la testa di un bufalo avrebbe tenuto il male lontano da lui.
Nello specchio vide riflessa la sua immagine, e capì.
Capì perché aveva avuto paura della sua ombra, che quel rantolo avvertito all’ inizio di quella sua folle corsa nel buio non era altro che il suo respiro.
Nello specchio vide riflessa la sua immagine, e capì.
Capì che la sua anima era perduta per sempre.
Davanti ai suoi occhi nello specchio che aveva di fronte vide riflessa la sua immagine e comprese.
Egli stesso era il male dal quale stava scappando.

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